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L'abito non fa il monaco.
 
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October 23, 2008

Facebook, la dipendenza e i tentativi di storture mediatiche


E' cominciato il "discredito mediatico" di Facebook, l'ennesima "nuova cosa tecnologica" da poter attaccare e discreditare per fare notizia e riempire pagine di giornali. 

Il (primo?) tentativo è stato fatto ieri dal Corriere della Sera, seppur usando toni pacati (cosa comprensibile, vista la tiratura ed il target del giornale). Va a tinte forti invece stamattina il "City", quotidiano gratuito del medesimo gruppo editoriale (qui la versione elettronica disponibile gratuitamente - download di 9 Megabytes)

Così come Internet, agli albori della propria diffusione di massa, era (almeno secondo giornali e televisioni) un posto pieno di pericoli che si annidavano dietro ogni angolo (tra cui pedofili, stupratori e malfattori della peggior specie), così non manca occasione di fare notizia, o meglio di creare la notizia, con un tocco di cronaca nera e terrorismo mediatico.

E quindi anche Facebook, perlomeno nelle intenzioni di Corriere e City, diventa un fenomeno poco compreso da trasformare in rischio o minaccia. Basta guardare la pagina del City di oggi (nello screenshot) o riflettere su quanto scritto dal Corriere.it ieri, secondo il quale chi si iscrive a Facebook:

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GLI IDENTIKIT DEI «FACEBOOKMANIACI» - Ecco, secondo gli esperti, l'identikit dei popolo di Internet contagiato dalla Facebookmania.

1) I nostalgici: Si emozionano alla vista delle foto dei compagni di classe delle medie o del liceo. Cercano gli amici del passato (...) Una nostalgia per i vecchi tempi che, di fatto, è un rimpianto per i rapporti veri e perduti, (...)

2) I latin lover virtuali: Dichiaratamente a caccia di nuovi potenziali partner, (...) «Ma alla fine si tratta di persone sole o profondamente infelici con il partner, che ricorrono a cumuli di banalità narcisistiche per rendersi interessanti», spiega Cantelmi.

3) I cuori infranti: (...) a caccia degli antichi amori, mitizzano i ricordi. (...) «In questo caso l'insoddisfazione e la solitudine vanno a braccetto - spiega la Vinciguerra - (..)

4)Gli insoddisfatti (...)

5) Quelli della pubblicità: Sono più o meno famosi, politici, (...) per farsi mega-spot gratuiti.

6) Quelli con l'ater ego: Dai 400 burloni che si sono presentati nei panni del calciatore Francesco Totti,(..) Soli e in cerca di contatti, si mettono una maschera per ottenere attenzioni e credibilità nel mondo virtuale.

(articolo a questo indirizzo)
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Ora mi chiedo, una persona che legge l'articolo, completamente digiuna dell'argomento (e probabilmente ignara che facebook è ormai principalmente una moda, non un rifugio per persone con disagi sociali), cosa potrà pensare alla notizia che il collega di lavoro, l'amico o (addirittura!) il proprio figlio/a si è registrato al sito?

Questo fenomeno (ma non sto parlando di Facebook, bensì del trattamento mediatico) è ben spiegato dal Professor Pio Baldelli, Fondatore della Cattedra di Teoria e Tecniche della Comunicazione di massa, dell'Università di Firenze.
In questo suo articolo  il Professore analizza le forme di "violenza" perpetrate dai mass-media e dettaglia una categoria che probabilmente è applicabile a questo caso: 

"(...) nell'ansia di "fare colpo" sull'opinione pubblica e, quindi, di vendere bene e subito, l'informazione-mercato preferisce sostituire lo "scoop" al lavoro serio del giornalista-testimone e rimpiazza l'elaborazione critica della notizia, da parte del lettore o spettatore, con la "scarica adrenalina" oppure, quando si tratta di fatti (o fattacci) privati, con lo sguardo ammiccante dal "buco della serratura" (...)"

Per carità, non voglio dire che le analisi degli "esperti" segnalati dal corriere siano senza fondamento. E tantomeno voglio dare ad intendere che la presenza online, per alcuni soggetti, non sia effettivamente un sintomo del proprio disagio sociale. Tuttavia, in questo caso mi pare evidente che, data la diffusione della rete Internet e delle mode ad essa associate, in questo caso si stia cercando di equiparare l'equivalente di una moda (quale può essere, ad esempio, il comperarsi un paio di pantaloni all'ultimo grido) ad un vero e proprio disagio psicologico. Insomma, per usare il termine descritto da Baldelli, "Violenza gratuita".

Il Corriere ha gettato l'amo. Ora rimane da vedere se altri giornali, telegiornali o media equiparabili abboccheranno all'esca.

L'articolo "Mass media e violenza" è disponibile a questo indirizzo . 

 

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